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Area medica
Il “Cuore nell’Atleta”
Gli atleti, seguono per la
preparazione, rigorose schede d’allenamento, che come abbiamo visto
portano a vari adattamenti organici da cui non è escluso il sistema
cardiovascolare: proprio i cambiamenti che avvengono su quest’ultimo
sono conosciuti come sindrome del “cuore d’atleta”.
Il lettore, deve però
prestare attenzione perché, questi adattamenti fisiologici sono propri
di atleti di buon livello agonistico e non di atleti di basso livello
o dediti ad attività ludico-ricreativa, dove l’anatomia
cardiovascolare non differisce molto dal soggetto sedentario.

Adattamenti Cardiaci
I meccanismi che provocano modificazioni della morfologia cardiaca
negli atleti sono molteplici, ma il tipo di sport ha una particolare
importanza: gli sport di resistenza hanno il maggiore impatto
nell’ingrandire la cavità ed aumentare lo spessore delle pareti del
ventricolo sinistro. Gli atleti praticanti queste discipline
presentano dimensioni delle pareti e/o delle cavità ventricolari al di
sopra dei limiti normali, tanto da simulare una condizione patologica,
quale la cardiomiopatia ipertrofica (quando lo spessore delle pareti è
superiore a 13mm) o la cardiomiopatia dilatativa (quando la cavità
ventricolare sinistra è maggiore di 60mm). Il meccanismo che provoca
un così importante rimodellamento cardiaco è rappresentato
dall’aumento della portata cardiaca (che durante sforzo supera i 30
l/min) e della pressione arteriosa sistolica (che durante sforzo
supera i 200mm/Hg). L’ingrandimento della camera ventricolare avviene
in modo globale ed omogeneo, per cui la normale geometria ventricolare
non è alterata, così come lo spessore delle pareti è normale o
aumentato.
Al contrario, in coloro i quali presentano una con cardiopatia
ipertrofica, l’ipertrofia è tipicamente asimmetrica e, anche se il
setto interventricolare è la regione più spesso coinvolta
dall’ipertrofia, esiste una eterogeneità morfologica e non sono rari i
casi in cui il massimo ispessimento interessa solo altri segmenti del
ventricolo.
Il sesso ha importanza nel determinare il grado di rimodellamento
cardiaco. Le atlete, quando paragonate ai maschi della stessa età e
praticanti le stesse discipline sportive, presentano dimensioni minori
sia della cavità (circa 10%) che dello spessore delle pareti
ventricolari (circa 20%). Queste differenze sono legate ad una serie
di fattori, tra cui i principali sono la taglia corporea (e la
percentuale di massa magra) mediamente più piccole nelle donne,
l’aumento più modesto della portata cardiaca e della pressione
arteriosa sistolica durante lo sforzo e, non ultimo, il più basso
livello di ormoni androgeni naturali. Le differenze nella morfologia
cardiaca tra atleti ed atlete hanno notevole importanza clinica:
infatti gli uomini possono sviluppare una ipertrofia delle pareti
ventricolari sino a 15 o 16mm, mentre al contrario le donne raramente
superano gli 11mm. Pertanto, il problema della diagnosi differenziale
tra “Cuore d’Atleta” e cardiomiopatia ipertrofica non si pone
usualmente nelle atlete.
Adattamenti Periferici
Il cuore dell’atleta, aumentando il suo volume e la massa muscolare,
ha bisogno di un maggior rifornimento di sangue e di una maggiore
quantità di ossigeno.
L’aumento del calibro delle coronarie (i vasi che nutrono il cuore)
costituisce un altro degli elementi che differenziano l’ipertrofia
fisiologica del cuore da quella patologica legata alle malattie
cardiache congenite o acquisite.
I vasi arteriosi e venosi di medio e grosso calibro aumentano le loro
dimensioni (“vasi d’atleta”): questo fenomeno è particolarmente
evidente nella vena cava inferiore, il vaso che riporta al cuore il
sangue proveniente dai muscoli degli arti inferiori, utilizzati molto
nei vari sport.
Nell’atleta di resistenza con l’allenamento si realizza un aumento in
assoluto del numero di capillari e del rapporto capillari / fibre
muscolari. Tale fenomeno è conosciuto con il nome di capillarizzazione
e grazie ad esso, le cellule muscolari vengono a trovarsi nelle
migliori condizioni per sfruttare a pieno le aumentate disponibilità
di ossigeno e substrati energetici.
La Bradicardia sinusale
La bradicardia sinusale è l’espressione peculiare
dell’elettrocardiogramma dello sportivo ed è talora caratterizzata da
valori a riposo anche inferiori ai 40 bpm.
E’ più frequente negli atleti praticanti sport di resistenza ad
elevato livello agonistico.
Generalmente la bradicardia sinusale, se non accompagnata da
sintomatologia sincopale e se normalizzata dall’esercizio fisico, è
inquadrata nel cosiddetto adattamento “ipervagotonico” all’allenamento
fisico intenso e, nella maggioranza dei casi, non pone problemi di
idoneità allo sport agonistico intenso.
E’ probabile che alcune bradicardie molto marcate siano l’espressione
anche di una componente genetico-costituzionale e vadano seguite
attentamente nel tempo. Le bradicardie estreme dell’atleta devono
essere distinte dalle bradicardie espressione di una iniziale
disfunzione sinusale, soprattutto in età adulta e avanzata, nella
quale l’evenienza di una malattia è cronologicamente più probabile.
Ritardi della conduzione atrioventricolari
L’ipervagotonia indotta
dall’allenamento consiste in blocchi atrioventricolari, con
espressione tipicamente notturna e con completa normalizzazione dopo
un test da sforzo massimale o dopo un periodo di disallenamento.
Una particolare attenzione
deve essere posta ai casi di blocco atrioventricolare già evidente in
giovane età che non si associano ad un intenso condizionamento fisico.
Tachiaritmie:
Aritmie sopraventricolari
La prevalenza dei battiti prematuri sopraventricolari nell’atleta è
molto variabile (intorno al 30%) da casistica a casistica e
generalmente non assume rilevanza clinica né compromette l’idoneità
all’attività sportiva agonistica.
Di interesse maggiore sono le varie forme di tachicardia parossistica,
di flutter o di fibrillazione atriale parossistica. Nello sportivo
tali tachiaritmie rappresentano un importante problema, in seguito al
cardiopalmo che provocano, soprattutto quando tale sintomo accade
durante lo sforzo fisico. Per fortuna questi episodi sono molto rari
nello sportivo con una percentuale del 1%circa.
Aritmie ventricolari
Le aritmie ventricolari nell’atleta apparentemente sano rappresentano
una delle tematiche più controverse in ambito della cardiologia dello
sport. Tale problematica nello sportivo è molto frequente stimabile
tra il 35% e il 50%.
È spesso difficile identificare un substrato organico come causa
dell’aritmia, anche nelle forme più maligne.
Non esistono ancora studi longitudinali per poter stabilire un
follow-up adeguato.

In tal senso lo sforzo fisico è generalmente inquadrabile come fattore
scatenante od aggravante dell’aritmia.
vale la pena sottolineare che tra le forme più pericolose rientrano
proprio quelle aritmie ventricolari che, per assenza di ripercussioni
sulla performance, consentono di praticare lo sport ad alto livello,
esponendo l’atleta ad un reiterato rischio.
Negli atleti andranno considerate in modo benigno quelle forme
“occasionali” di aritmie ventricolari, non ripetibili e non associate
allo sforzo fisico.
Screening Cardiologico Preventivo
L’esercizio fisico, può scatenare eventi acuti cardiovascolari, tra i
quali i più temibili sono la morte improvvisa e le sindromi
coronariche acute. La probabilità che si verifichino eventi
cardiovascolari durante esercizio fisico è più elevata nei pazienti
affetti da cardiopatia, nei soggetti in età adulta/avanzata, in quelli
sedentari e con fattori di rischio cardiovascolare e quando l’attività
fisica è praticata ad intensità elevata.
La probabilità, invece, è minore quando l’attività fisica è praticata
a bassa intensità e nei soggetti che si allenano regolarmente.
Allo scopo di ridurre il rischio di eventi cardiaci avversi, quindi,
risulta importante eseguire un adeguato
screening preventivo ed
avviare i soggetti ad un graduale e progressivo condizionamento
fisico, soprattutto se hanno cardiopatia nota, età avanzata, o fattori
di rischio coronario.
Ogni individuo, quindi, che si accinge ad iniziare una attività fisica
regolare dovrebbe essere sottoposto, preventivamente, ad una attenta
valutazione cardiologia che deve essere ancora più accurata in caso di
atleti, visto i grossi carichi di lavoro effettuati.
Scopo dello screening preventivo è quello di scovare l’esistenza di
cardiopatie clinicamente silenti in soggetti apparentemente sani,
nonché in caso di cardiopatia clinicamente accertata, stratificare il
rischio associato alla pratica dell’attività sportiva ed attivare gli
interventi terapeutici necessari.
liberamente tratto da appunti on-line del Dott.
Luigi Ferretto
Dipartimento di Medicina Generale, Ambulatorio di Fisiopatologia dello
Sport, Clinica “Athena” Villa dei Pini
Piedimonte Matese (CE)
e-mail:
luigiferritto@email.it sportandsearch@email.it
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